11/03/14

Abortisce nel bagno dell’ospedale. Medici tutti obiettori


La denuncia di una coppia di Roma: nessuno ci ha aiutato. E il tribunale della Capitale rinvia la legge 40 alla Consulta
ROMA. Un travaglio lungo quindici ore, dolori lancinanti, vomito e svenimenti, quindici ore nel bagno di un ospedale per un aborto senza alcuna assistenza, se non quella del marito, nonostante i diritti assicurati dalla legge 194. «Nessuno ci ha dato una mano nemmeno dopo aver chiesto aiuto più volte. Anzi, a un certo punto, sono entrati gli obiettori con il Vangelo in mano a dirci che commettevamo un crimine». L’incubo, per Valentina e Fabrizio, romani, comincia quando, al quinto mese di gravidanza, scoprono che la bimba è affetta da una gravissima malattia. La sopravvivenza è esclusa.

È il 25 ottobre del 2010. I due ragazzi hanno già provato ad avere un bambino, ma il primo tentativo è fallito a causa di una gravidanza extrauterina. La seconda volta sperano. Valentina, però, è portatrice di una patologia genetica trasmissibile e, per accertare le condizioni di salute del feto, al quinto mese viene eseguita una villocentesi, che rivela gravi problemi per il nascituro. Con la morte nel cuore, la coppia decide di interrompere la gravidanza. Il ginecologo che segue la donna, però, è obiettore di coscienza. «Dopo vari tentativi – racconta la giovane – riesco ad avere da una ginecologa dell’ospedale “Sandro Pertini” il foglio di ricovero, dopo due giorni però, poiché solo lei non è obiettore. Il 27 ottobre entro in ospedale e inizio la terapia per indurre il parto». Ma il cambio di turno fa uscire di scena il medico non obiettore ed entrare gli obiettori. Comincia l’incubo: «Non li abbiamo denunciati perché eravamo sconvolti. Nessuna donna dovrebbe provare quello che ho provato io e che tantissime donne provano» racconta Valentina che assieme al marito, dopo la drammatica esperienza, decide di ricorrere alla fecondazione assistita, ma si vede negare da un centro pubblico la diagnosi preimpianto.

La sua storia, rivelata ieri in una conferenza stampa da Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni, assieme a quella di un’altra coppia, Maria Cristina e Armando (lei portatrice, lui affetto dalla distrofia di Becker, che si sono visti opporre lo stesso diniego) è al centro delle due ordinanze con cui il tribunale di Roma ha chiesto il pronunciamento alla Corte costituzionale, sollevando dubbio di legittimità sulla legge 40 del 2004, la normativa sulla fecondazione assistita già bocciata 29 volte dai giudici, nella parte relativa alla diagnosi preimpianto. L’8 aprile la Consulta deciderà su altri due punti controversi: il divieto di fecondazione eterologa e l’uso degli embrioni ormai inutilizzabili per la ricerca. Solo sabato scorso l’Italia era stato sanzionata dal Consiglio d’Europa perché «a causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori, l’Italia viola i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza». (m.r.t.)

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