15/04/13

Perché le sentenze contro le donne

 “La condizione della donna in una società è la misura del grado di civiltà di quella società”. Noi diremmo oggi che il grado di inciviltà, di marciume, di putrefazione del sistema capitalistico, di humus reazionario che invade tutte le istituzioni borghesi, di ideologia da moderno fascismo, di degrado culturale, si misura sulla condizione delle donne, sul livello di attacco, non solo pratico ma soprattutto ideologico, politico, verso le donne.

Come stiamo denunciando da tempo, questo humus, questo viscerale reazionarismo, diventa ‘odio’ puro e semplice, per il fatto che si tratta di donne, che fuoriescono, anche al di là della loro coscienza, dai canoni di questa società. Questo ‘odio’ verso le donne in quanto donne ha inevitabilmente a che fare con l’ideologia e la politica, i cardini di un moderno fascismo – che oggi viene direttamente portato avanti da chi gestisce il potere borghese, in tutti i sensi.

Questo e non altro spiega la nuova sentenza oscena contro degli stupratori. La “condanna” di mera “messa in prova” emessa dai giudici verso gli stupratori di Marinella a Montalto di Castro, costruita e pagata dal sindaco, iscritto al PD – tuttora in questo partito nonostante i pietosi tentativi di qualche esponente per chiederne le dimissioni; sostenuta da buona parte del paese che non solo difende ma legittima gli stupratori; passata nel silenzio nazionale anche delle belle anime femminili dei partiti di “sinistra” e del parlamento, ma anche della maggioranza delle realtà che si dicono, impropriamente, femministe.
Ma questo spiega anche le precedenti sentenze. Quella de L’Aquila, chiusa con una condanna di soli 8 anni allo stupratore militare di ‘Rosa’, salvandolo dall’accusa di tentato assassinio; anche qui un processo che ha avuto voce solo grazie alle pochissime, combattive compagne che hanno continuamente manifestato al Tribunale, nell’indifferenza della stessa gente de L’Aquila, e grazie al coraggio dignitoso e forte di ‘Rosa’ e della madre che continua la battaglia. Come la prima sentenza e il lungo via crucis di Carmela e della sua famiglia a Taranto, anche qui tre stupratori di una bambina di 13 anni, che poi si è suicidata per la violenza degli uomini e dello Stato, sono stati “messi alla prova”, perdonati; mentre le anime democratiche, “civili” della città fanno finta di non sapere e non vedere.

Tutte le denunce di questo sistema sociale, tutte le espressioni “democratiche”, sulla condizione delle donne – come nella stessa maniera sulla condizione degli operai (ma di questo non parleremo ora) – si bloccano. E smascherano il loro sub strato nero mostrando il loro non effettivo contrasto, ideologico, culturale con le idee dominanti di questo sistema sociale.
Lo si è visto con Berlusconi, dove nessuno comprende e attacca realmente il “ciarpame senza pudore per il divertimento dell'imperatore”; anzi, si è giustificato, perdonato, peggio si è sghignazzato in maniera complice, e si continua a farlo.


E che dire dei giudici, della magistratura che oggi sembrano nella loro maggiori espressioni in attacco verso le politiche, le leggi del governo, pronti a fare anche il braccio di ferro con governo, istituzioni, padroni (vedi Taranto), ma che - anche il più progressista dei giudici o delle giudici donne – non hanno nulla da dire e denunciare su come la magistratura “ammazza” una seconda volta le donne, offendendole pesantemente nella loro dignità e strappando loro la voglia di lottare – come a Montalto di Castro.
Poi vi sono le anime “democratiche” piccolo e medio borghesi che tanto si indignano e gridano quando viene “inquinata” la loro tranquilla vita, non che hanno nulla da indignarsi invece quando viene uccisa la vita e il futuro delle donne.
E potremmo continuare.

Le donne sono quindi una cartina di tornasole, la punta di iceberg dell’ideologia di fondo di questo sistema sociale.
Questa comprensione dà una ruolo generale alla lotta delle donne. Essa è assolutamente necessaria, perché più è presente più smaschera la vera natura di questo sistema, e più pone l’impossibilità di modificarlo dall’interno, ma solo di rovesciarlo, combattendo tutte le sue espressioni politiche, economiche, sociali, ideologiche.

Ma c’è un altro aspetto importante di questa lotta. Essa necessariamente è e deve essere esplicitamente, nelle parole e nei fatti, portata avanti come una sorta di “guerra civile”, anche tra le masse. Perché “dal letame nascano i fiori” è necessario attaccare il letame sociale comunque e dovunque si manifesti.
A Montalto di Castro, per capirci, occorre sviluppare una sfida aperta, militante contro la maggioranza dei suoi abitanti, senza sconti e falsi populismi.
L’humus, l’azione reazionaria, maschilista di quelle masse di Montalto che sono scese al fianco dei loro “bravi ragazzi” stupratori, va attaccato, senza sottrarsi alla “guerra”; quando è in campo un’ideologia moderno fascista è una forza opposta, ma altrettanto forte che può separare l’errato, il nero dal giusto e dal rosso.
Quando questo è stato fatto, superando le indecisioni che venivano anche dalle stesse compagne di Montalto, le donne hanno vinto: certo una piccola vittoria, simboleggiata da quelle poche finestre semichiuse in vie deserte, con alcuni abitanti che hanno trovato il coraggio di applaudire il piccolo corteo delle compagne nel novembre 2009. Ma oggi quella scelta segna la strada concreta, l’unica strada per impedire la rassegnazione e la sfiducia delle donne nella lotta.

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